robbirossi
L'italiano forbito delle comari di un Paesino
Critica agli intellettuali/maestrini in cattedra
Commentando un post di Luca De Biase
Eran 1300, eran giovani e forti..
di Enzo Rossi
Ssei operai morti a Mineo! La notizia è arrivata mentre in redazione stavamo chiudendo il terzo numero, come un colpo d’aria fredda sulle spalle sudate. Cinque parole pesantissime, gridate da un collega al computer, in cui è racchiusa già tutta la storia.
Dici operai, e sai già come sono morti. Sei: strage, quindi funerali più o meno di Stato, passerella politica, messaggi delle alte cariche. Mineo: la cosa ci riguarda e ci dice che non si muore solo in acciaieria. C’è poco da andare ad approfondire con le notizie d’agenzia. Si continua a lavorare, più corrucciati del solito.
Dopo mezz’ora, la sedia torna a tremare: sono stati trovati abbracciati! Sei uomini, sei storie che finiscono insieme, abbracciati per farsi forza in quel salto nel buio che è la morte.
Ma è solo un attimo, c’è poco da fare poesia. Si sa che questo genere di notizie al 90 per cento sono balle. E allora meglio provare a inquadrare la questione con i numeri e i ragionamenti.
Ogni anno in Italia in media muoiono circa 1.300 lavoratori, molto più dei soldati americani uccisi ogni anno in Iraq. Una media che è costante dal 1996, con oscillazioni che vanno dai quasi 1.546 del 2001 agli ‘appena’ 1.260 del 2007, una media che superava i 2.000 negli anni ‘80, 3.000 nei ’70, 4.000 nei ’60 con il picco del dopoguerra nel 1963, l’anno del boom economico che scoppiò in faccia a 4.644 persone.
Come si vede da una decennio a un altro il trend è chiaro: media annuale di mille morti in meno. L’innovazione tecnologica e il passaggio alla prevalenza del terziario da un lato, l’aumento dei vincoli e dei controlli per la sicurezza, la riduzione dell’orario di lavoro e la messa al bando di forme di lavoro inique come il cottimo dall’altro, hanno permesso di porre solidi argini alla strage. Ma oggi, cosa succede oggi? Perché dal 1996 ci si è fermati e anzi si va incontro a picchi, come quello del 2001 e come purtroppo sembra sarà nel 2008, con i dati proiettati (che orrore!). Okkei, va bene, c’è anche il fatto che assottigliando assottigliando rimane lo zoccolo duro, difficile da scalfire. Ma. Anche in questi 12 anni, con il boom del PC (Personal computer) e delle nanotecnologie soprattutto, la robotica ha fatto passi da gigante, auto e tir sono dotati di ABS e di altri congegni di sicurezza attiva e passiva, i ponteggi appaiono più sicuri. A parer mio, ma è un parere condivisibile e probabilmente vicinissimo alla verità, non può esserci altra spiegazione che la precarizzazione del lavoro. Pacchetto Treu (co.co.co) e legge 30 (co.co.pro) con relative perversioni chiamate job on call, job sharing, che si scrivono così e si traducono in caporalato e cottimo.
Io ho cominciato a lavorare come co.co.co. (collaboratore coordinato e continuativo), ora sono un co.co.pro (collaboratore coordinato a progetto), in mezzo sono stato anche un co.co.de. (collaboratore continuamente depresso, ma è passato: ciò che non ti uccide, ti rafforza).
Avessi avuto 4 o 5 anni in più adesso sarei un lavoratore a tempo indeterminato, dopo essere stato assunto con un contratto di formazione e lavoro. Contratto di formazione, la parola magica è for-ma-zio-ne. Avessero avuto una adeguata formazione quei sei operai di Mineo, oggi sarebbero vivi. Avessero saputo, magari con uno stage presso l’azienda che ha costruito quell’impianto, che in quella vasca chiusa del depuratore non ci dovevano scendere manco se lo ordinava Domine Iddio, perché c’è il rischio di rilascio di gas mortali, oggi non ci sarebbero sei famiglie inconsolabili e, ormai, sole. Già, perché lavorare in un depuratore, non è un lavoro tramandato dal padre. Ma un lavoro nuovo e pericoloso, affidato a ex LSU che andavano puntigliosamente formati, e che in caso d’emergenza, perché in emergenza almeno quattro sono entrati in quella camera a gas per salvare i compagni in difficoltà, avrebbero dovuto avere a portata di mano maschere e attrezzatura adeguata.
La formazione ormai è riservata solo ai dirigenti, che devono essere formati alle nuove terminologie del business contemporaneo anche se poi racchiudono però concetti medievali.
Formazione ma non solo. L’orario di lavoro, le ore lavorate, soprattutto di quei tanti che devono barcamenarsi con due, tre lavoretti. Dieci anni fa si sognavano le 35 ore, un’utopia da comunisti incalliti! Oggi le 40 ore sono un miraggio per molti: conosco infermieri che tra pubblico e cliniche si fanno 75-80 ore di lavoro la settimana, autotrasportatori che 20 ore se le fanno di fila in un unico viaggio, per non parlare di quei poveri disperati invisibili che lavorano nelle campagne del Calatino e nelle serre di Vittoria 15 ore al giorno a un euro l’ora, peggio dei muli. Che se fossero muli almeno, qualche gruppo animalista si farebbe sentire! A parte questi picchi, comunque ormai anche uno che ha solo un lavoro, lavora anche 10 ore al giorno. Che sia un precario che deve finire quel lavoro entro tot perché altrimenti viene rimpiazzato da uno che potrebbe essere più veloce, o che sia un cinquantenne garantito che, senza adeguato rinnovo del contratto, col carovita che corre, deve fare 10 ore di straordinario settimanali. E infatti quel pifferaio magico che ha vinto le elezioni ad aprile ha promesso, e mantenuto, la detassazione dello straordinario, invece di auspicare (quantomeno) rinnovi dei contratti più congrui. E tutti: bravo bene, finalmente qualcosa per i dipendenti! Così quello che non ti trovi, anche se ti spetta, nella paga base te lo devi recuperare con lo straordinario. Risultato disparità di dipendenti di aziende che vanno bene e di quelle che vanno meno bene, più stress, meno tempo alla vita, più rischio di incidenti e poi tre –quattro che fanno gli straordinari tolgono la possibilità di una nuova assunzione…In un sol colpo, fregati anche i lavoratori cosiddetti garantiti.
Ma torniamo a Mineo, non c’è dubbio che politicamente e mediaticamente parlando l’evento sia stato un fulmine a ciel sereno per il sistema. Tutti impegnati a buttare in prima pagina finti rapimenti di bambini da parte di rom, stupratori extracomunitari (in Italia ci sono circa 30 violenze carnali al giorno e parecchie ai danni di extracomunitarie più deboli e indifese). E giù con i commenti che più pieni d’odio non si può. Anche in questo foglio, tra il serio e il faceto, si è ecceduto su questo fronte. Un modo per fare di persone senza diritti un nemico interno – esattamente, e sottolineo esattamente, come Hitler fece con gli ebrei – e distogliere la gente dalle angustie della fame. Inoltre si allarga il consenso con le misure sugli immigrati e, visto che ci siamo, si buttano nel calderone le solite leggi ad personam.
Giorni fa mi confrontavo con una persona. “Io ad esempio – gli dicevo – non ho mai avuto una sorella violentata da un rumeno, né una figlia rapita dagli zingari. E non conosco nessuno siano capitate cose del genere”. “Ma se ti capitasse – incalzava – la penseresti come me”. “Ma a te ti è capitato?” “No, ma che c’entra”, mi rispondeva.
“Io però – continuavo a dirgli – ho avuto un amico morto sul lavoro, un cugino di secondo grado morto sul lavoro e il padre di un mia amico morto sul lavoro. E se poi devo considerare le malattie professionali, l’elenco tra i miei parenti si allunga di parecchio”. “Se è per questo – infine mi rispose – anche a me sono morti amici e parenti in questo modo… Sì, ma che c’entra!”
di MARCO TRAVAGLIO. L'Espresso, 29 febbraio 2008
La scelta di far scrivere a Salvo Andò, ex ministro craxiano, il programma di Anna Finocchiaro per le elezioni in Sicilia fa storcere il naso a molti elettori: ecco perché
Già la decisione del Pd di preferire Anna Finocchiaro a Rita Borsellino come candidata a governatore di Sicilia, senza passare per le primarie (vinte dalla Borsellino nel 2006), ha causato qualche maldipancia tra gli elettori. Ma i dolori di stomaco sono decisamente aumentati quando s'è appreso dalla stessa Finocchiaro, intervistata da 'Repubblica Tv', che il suo programma lo sta scrivendo un trust di cervelli guidato da Salvo Andò. Alcuni spettatori di buona memoria hanno protestato on line. E la Finocchiaro è sbottata: "Andò è una persona di grande livello culturale, un cultore di diritto pubblico. Non capisco.".
Aiutiamola a capire: Salvo Andò, classe 1945, ex deputato e ministro craxiano, già docente nel prestigioso ateneo di Malta, ora rettore dell'università Kore di Enna e dirigente dello Sdi, è un personaggio - per così dire - controverso. Nel 1993 la Dda di Catania chiede l'autorizzazione a procedere contro di lui per voto di scambio con Cosa Nostra: i collaboratori di giustizia che hanno appena fatto arrestare il loro capo Nitto Santapaola raccontano come il boss latitante incontrasse Andò e lo appoggiasse alle elezioni. Claudio Samperi, che faceva campagna per Andò ricevendone buoni benzina e denaro contante, spiega che l'onorevole ricambiava con "favori nei processi". Giuseppe Puglisi, braccio destro di Santapaola, conferma. In uno degli ultimi covi della latitanza del boss la polizia trova un cartoncino intestato 'Camera dei Deputati' con una scritta a penna: "Cari saluti, Salvo Andò".
Già nel 1985 un membro dell'assemblea nazionale del Psi, Enrico Salluzzo, scrisse a Craxi che un fedelissimo di Andò, Andrea Finocchiaro, "trait d'union per fini elettorali con la malavita organizzata, influenza decine di migliaia di voti e ha tesserato interi clan mafiosi". Finocchiaro verrà ucciso dalla mafia pochi giorni dopo aver inaugurato, insieme ad Andò, una sezione del Psi nel quartiere San Cristoforo. Claudio Fava racconta tutto in un libro: Andò lo querela e vince in primo grado, ma perde in appello: "Il fatto non è reato". Andò viene poi assolto dal voto di scambio. Ma è rinviato a giudizio per le tangenti sul centro fieristico di Viale Africa (appalto da 173 miliardi di lire), pagate e confessate da uno dei 'cavalieri dell'Apocalisse': Francesco Finocchiaro.
E, il 23 luglio '93, viene arrestato per le mazzette sulla ristorazione nell'ospedale di Catania. L'accusa, poi derubricata in finanziamento illecito, cade in prescrizione. Per Viale Africa invece Andò viene condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi e in appello a 4 anni; poi la Cassazione annulla con rinvio e nel secondo appello scatta la prescrizione, grazie alle attenuanti generiche. Il 'cultore del diritto' sa che chi vuol essere assolto nel merito può rinunciare alla prescrizione. Ma se ne guarda bene.
Nel 2004 la Cassazione conferma che il tempo è scaduto, ma mette nero su bianco che i fatti sono veri e gli imputati i soldi li hanno presi. Forse è per questo che Andò s'è tenuto stretta la prescrizione. Salvo di nome e di fatto. Ora che scrive il programma della Finocchiaro, c'è da giurare che si batterà come un leone per irrobustire la giustizia siciliana e ridurre finalmente i tempi intollerabili dei processi. Tanto lui non ne ha più.

In poco tempo Drago si siederà nelle poltrone più alte delle istituzioni dell’intera città, dal consiglio di amministrazione dei due maggiori ospedali cittadini al Liceo musicale, passando dall’Istituto autonomo delle case popolari al Consorzio per lo sviluppo industriale, etc. Ogni luogo strategico, da cui partivano decisioni in merito ad appalti pubblici, posti di lavoro e a quanto avrebbe favorito il voto di scambio e la sua permanenza al potere, era da lui governato. Sempre Fava: «Fu in quell’epoca che il Consiglio comunale regredì silenziosamente a luogo di scambio e di ratifica; il destino di Catania, il corso della sua storia, le scelte politiche. Le strategie, gli appalti, i denari: da quel momento tutto ciò non sarebbe mai più appartenuto alle istituzioni della città ma alle opinioni e al volere di pochi».Il prezzo pagato dall’Italia all’impunita di un piccolo Sansone
La critica crisi critica
Non ci posso fare niente. La prima cosa che penso, che bisbiglio, in automatico, come un riflesso condizionato, appena vedo/sento Mastella parlare, è “Che pezzo di merda”, “Che stronzo!”. La stessa cosa succede quando sento Barbato (Udeur) che si giustifica coi giornalisti: “Nun è vero, no l’ho sputato, no l’ho aggredito, ero tre banchi più giù”, riferendosi al suo ex amico di partito Cusumano, l’unico udeur a respingere il dictat “maffioso” di Mastella e a dare il voto di fiducia al governo. Cusumano per poco non ci lascia le penne, colto da malore fra gli scranni, mentre un paio di senatori di AN (quelli dell’ordine e della legalità) urlano “Sei una merda! Sei una merda!”.
Il Mastellaccio cita Neruda, prima di consegnare il Paese in mano a non si capisce bene cosa, e penso che al povero, buon Pablo non resti che aspettare l’onda che lo travolga di merda in quella fogna di fregnacce che è la bocca di Clemente. Ma cosa vuole fare, Mastella. Il grande? Lo splendido? L’elegante? Cita Neruda, fa un discorso impastato di retorica familistica: la poltrona, la famiglia? “Tutt’e due”, penso, e lo consegno al mio immaginario come il personaggio più vile della seconda repubblica.
Vuole fare il signore, Mastella, vuole fare il colto. Me l’immagino su una terrazza di Anacapri, d’agosto, slacciato su una poltrona, la punta del naso lucidata dalla luna che rimbalza sul mare, la musica dal vivo, e lui che se la gode, che vive i privilegi. Fare il bello, l’affascinante. Poi l’immagino ringhioso, rosso di rabbia, roso dal demone del potere, a fare pressioni, a spegnere carriere, ad accenderne altre, a gestire miliardi che si trasformano in consensi. Cado io con tutti i filistei, che c’assomiglio pure un po’ a Sansone. Peccato che siano 60 milioni di italiani i filistei.
Prodi oggi ha dato lezioni a tutti. Prodi oggi ha dimostrato che se in questo momento abbiamo bisogno di un leader di spessore politico, rispetto per le istituzioni, per il patto coi cittadini, per l’interesse collettivo, beh.. insomma, quel leader non può che essere lui. Oggi che chiude definitivamente la sua carriera politica. Oggi Prodi ha incarnato i valori di cui ha estremo bisogno il Paese in questo momento: responsabilità, dignità, onestà, capacità di riflessione, voglia di giocarsela fino all’ultimo respiro, eleganza, sobrietà, bellezza. E’ andato fino in fondo, prendendo schiaffi da tutti, dai giornali, dalla gente incazzata senza capire perché, dai cani da bancata colanti di bava, affamati di rosicchiarlo tutto questo nostro Stivale, cominciando dal legno degli scranni. Che infatti all’annuncio di Marini, avevano già pronta la bottiglia di Champagne. E’ andato a prenderselo il calcio in culo, al senato, Prodi. Perché voleva capire e far capire al Paese che cos’era questa maledetta crisi, che cos’era questa maledetta farsa. Montata sul nulla. L’abbiamo capito benissimo, proprio mentre ascoltavamo le odi di Neruda citate a Palazzo Madama. E’ grande il prezzo pagato oggi dal Paese per l’impunità di un piccolo Sansone.
Una parola, l’ultima, per quel minchione di Franco Giordano, e quell’altro coglionaccio di Diliberto. Dichiarano da tre giorni: “Lo dicevamo noi che il governo non sarebbe caduto a causa della sinistra. Lo dicevamo noi che a disarmare l’Italia sarebbero stati i centristi”. Come bambini immaturi, il primo concetto da esprimere era “Avevo ragione io”, “Hai visto mamma, che era come dicevo io, dai mamma dammi la caramellina, che avevo ragione io”. Chi mi conosce sa che ho sempre votato a sinistra di Veltroni. Ma a questi, la caramellina, io non gliela do più. Ma a chi gliela do, se non mi piace nemmeno Veltroni? E poi, se devo scegliere tra due “..oni” preferisco votare la minchia!
Quel giorno io non c’ero (enzorossi)
Ero in cortile a giocare con Marco, smontavamo
Vidi mio padre passare di corsa con il suo cuscinetto rossazzurro, gettarmi uno sguardo veloce senza capire che facevo e infilarsi nella Centoventotto. Io lo rincorsi. Dove vai? Allo stadio? C’è
Avevo sette anni e per me fu il più grande rifiuto di mio padre, più di quando gli chiedevo di portarmi in piscina o al luna park. La prima partita che vidi al Cibali era stata Catania –Palermo, anno ’83, due a zero e mio zio che mi metteva sulle spalle a esultare per i gol e per il fischio finale. Da lì ne vidi tante altre in A e poi in B e poi in C. Tra i ricordi indelebili, quella rovesciata di Cantarutti col Milan e quel signore col giubbotto nero che da sotto la tribuna B scavalcava e andava a rincorre l’arbitro, placcato dai calciatori del Catania. E poi quel lungo, interminabile applauso del Cibali in onore di Pippo Fava. Papà ma perché tutti applaudiscono? Alzai lo sguardo verso di lui mentre domandavo e lo vidi per la prima volta lacrimare. Perché hanno ucciso la coscienza di Catania, mi rispose tra i denti e senza darmi altre spiegazioni. A casa mi andai subito a cercare ‘coscienza’ sul vocabolario, e cominciai a capire.
Del gran rifiuto, dicevo. La figurina di Paolo Rossi era, per ovvie strategie della Panini, introvabile, rarissima. Per scambiarla ci volevano cento cartine e dieci scudetti, minimo. Chi l’aveva acquistava importanza e prestigio in classe come in cortile e in tutta Battiati. Vedere l’eroe del Mundial uscire dalla figurina, materializzarsi al Cibali e, magari, segnare, come accadde, non aveva prezzo. Potersi vantare il giorno dopo a scuola durante la ricreazione di esserci stato, non aveva prezzo. E a dire bugie non c’ero ancora abituato.
Stamattina in dormiveglia pensavo: che bello finalmente stasera c’è la partita! Salvo poi accorgermi che è ancora venerdì. L’attesa, come a volte dicono i baci perugina, è piacere in sé, ma attendere da 25 anni è un po’ troppo. Avere in mano quel biglietto dal 31 dicembre, poi… Avevo detto che non avrei mai fatto la giornata rossazzurra, perché è una vessazione della Società nei confronti di noi abbonati, che l’anno scorso abbiamo avuto tanta, troppa pazienza. Ma pensavo fosse stata per la partita con l’Inter.
Ci andrò con mio padre, io trentenne lui sessantenne, seduti fianco a fianco in tribuna B, più o meno nello stesso posto dove dovevamo essere seduti assieme 25 anni fa. Paolo Rossi? Lì un fantasma sul campo che gioca coi ricordi della mia infanzia.
Ci saranno a infastidirmi tanti ‘catajuventini’. Ma chi cercano? Paolo Rossi, Platini, Scirea? Chimere lontanissime, anni luce dai bianconeri che scenderanno in campo. Beh, allora guardate il Catania di Mascara, Martinez, Stovini… E per la prima volta in vita vostra, innamoratevi davvero. Perché questa è la nostra storia, e cominciamo a farla noi!
Operazione Lo Piccolo
Il colpo di teatro, come sempre, non poteva mancare. Questa volta ne è stato interprete primario il bamboccione mafioso, figlio del capomafia, che piange e urla “Ti amo papa!”, a metà strada fra la sceneggiata alla Mario Merola e la farsa neomelodica di Checco Zalone. Ma Napoli non centra niente. Siamo in Sicilia, a Giardinello, vicino Carini, fra le terre già battute dalla storia criminale, quella mitica per davvero di Salvatore Giuliano. I fatti sono noti. Alle nove e mezza di lunedì cinque novembre,
Il «Barone», considerato l’erede di Provenzano, era venuto su a Partanna, svezzato da Rosario Riccobono, boss finito a lupara bianca il 30 novembre del 1982, scomparso, insieme ad altri sessanta mafiosi, negli anni del golpe corleonese. Totuccio capisce. Passa con Riina e i suoi e comincia a costruire un rapporto di fiducia unico con lo ziu Binnu. Fatti i soldi con la speculazione edilizia e il narcotraffico, è il protagonista della nuova politica del pizzo raccontata dal reportage «La mafia che non spara» di Maria Grazia Mazzola per una famosa puntata di Report di un paio di anni fa: pagare poco, ma pagare tutti. Negli ultimi tempi, grazie a questo metodo, nella sola zona di Partanna Mondello, Lo Piccolo recuperava 120 mila euro al mese. Garantiva l’uso illegale della corrente elettrica all’intero quartiere Zen. Anche per questo godeva di un consenso popolare fortissimo nell’agglomerato più popoloso di Palermo, fonte inesauribile di manovalanza: ne aveva tirato dentro cinque mila negli ultimi anni. Un esercito utile per ogni occasione, pronto a tutto anche alla guerra se necessario.![]()
E sì, perché a Palermo di «Barone» non c’era mica solo lui. Era il triunvirato Rotolo-Cinà-Bonura a contendergli il potere dopo la caduta di Binnu u tratturi. Un blocco dal quale lui doveva essere escluso perché artefice di un disegno per il nuovo assetto di Cosa Nostra che prevedesse il ritorno in patria degli «scappati» d’America. A giugno, la morte del boss di Porta Nuova Nicola Ingrao, è classificato dagli inquirenti come «omicidio chirurgico»: niente che aprisse la strada ad una guerra di mafia. Eppure, l’arresto in blocco di Nino Rotolo, Antonino Cinà, e Francesco Bonura, qualche giorno dopo, è spiegato come un’operazione finalizzata a prevenire la faida in reazione a quell’assassinio voluto proprio da Lo Piccolo. Gli arresti sono per Totuccio una manna dal cielo. Significano il governo indisturbato della città, la sua incolumità fisica, la possibilità di portare avanti indisturbato il suo progetto di riavvicinamento con gli Inzerillo, famiglia decimata negli anni Ottanta, i cui rappresentanti superstiti, dopo aver preso la via dell’oceano, ora hanno tutta l’intenzione di ritornare a comandare in madre patria, sostenuti dai Gambino d’America e aiutati operativamente da Frank Calì, l’«ambasciatore» designato dalla famiglia statunitense per gestire i rapporti coi siciliani.
Intervistato da «Repubblica» lo scorso giugno, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso parla delle famiglie americane in questi termini: «Non hanno più interesse ai grossi traffici di stupefacenti. Hanno l’interesse a controllare attività legali». Una politica che si inserisce perfettamente nella «strategia federalista» delle mafie italiane, che lascia alla Camorra e alla ‘Ndrangheta la gestione del narcotraffico, a quelle straniere che operano nel territorio nazionale il lavoro sporco della prostituzione, del caporalato, del traffico di clandestini e così via, e che investe
La cattura di Lo Piccolo – realizzata anche grazie alle informazioni del pentito Franzese – potrebbe essere letta come un duro colpo per questo progetto, rispetto al quale l’asse Sicilia-Usa è vitale. E invece, paradossalmente, ne è la spinta propulsiva. Il dualismo Lo Piccolo-Messina Denaro non poteva durare a lungo. Rappresentanti di due tradizioni criminali diverse, quella palermitana, feroce e spettacolare, e quella trapanese, che ha sempre operato nell’ombra potendo contare su un forte consenso popolare. Una mafia, quella trapanese, che è riuscita a fondersi con la società civile e l’imprenditoria, e che soprattutto, ha sempre dimostrato una grande capacità di dialogo con le istituzioni e con gli
organi deviati dei servizi segreti. Quale migliore background per l’alleanza con gli americani che vogliono “ripulirsi”? Quali migliori interpreti del ruolo di mediatori?
Lo Piccolo aveva fatto il suo dovere aprendo la strada agli americani, ora non serviva più. Ora occorreva gestire la leadership siciliana senza troppi problemi: Matteo Messina Denaro doveva essere l’unico grande interprete del nuovo corso. Senza spargimenti di sangue, senza riflettori, e soprattutto facendo sembrare la cosa una vittoria dell’Antimafia e un duro colpo per l’organizzazione.
robbirossi
Perchè raccontare Giovanni
Il 27 ottobre del 1972 fu ucciso a Ragusa Giovanni Spampinato, ventisei anni, corrispondente de “L’Ora” di Palermo e de “L’Unità”. L’assassino, Roberto Campria, trent’anni, figlio del presidente del tribunale di Ragusa, era uno dei maggiori indiziati di un altro omicidio, quello del commerciante di antiquariato e oggetti d’arte, Angelo Tumino, consumato nella stessa città il 25 febbraio dello stesso anno. Ad oggi, del delitto Tumino, a causa di un certosino lavoro di insabbiamento e depistaggio, non si conoscono ancora esecutori, mandanti e movente.
Giovanni Spampinato fu l’unico giornalista a rivelare che Campria era coinvolto nelle indagini; che una pista – dunque – portava dentro il Palazzo di Giustizia; e che, perciò, secondo logica e procedura, l’inchiesta penale doveva essere affidata ai giudici di un’altra città. L’inchiesta invece non fu trasferita e il giovane cronista fu criticato e isolato nell’ambiente dei corrispondenti. Il sospettato cercò di intimidire il cronista. Prima con una querela (lasciata cadere al momento dell’udienza) e poi in modo subdolo cercando di indurlo a scrivere una ritrattazione giornalistica, un articolo che sviasse l’attenzione dalla sua persona. Spampinato tenne il punto, pur sapendo che il figlio del giudice andava in giro armato.
Spampinato aveva iniziato la corrispondenza per “L’Ora” tre anni prima e fin allora non si era occupato di fatti di sangue. Ma si era affermato pubblicando un’ampia e approfondita inchiesta sul neofascismo. Un’inchiesta sul campo, condotta a Ragusa, Catania e Siracusa, che raccontava sulle pagine del giornale palermitano le ramificazioni siciliane delle più temibili organizzazioni dell’eversione nera. Il corrispondente di Ragusa si era collegato con gli autori del libro-inchiesta “La strage di Stato” e con fonti confidenziali ben informate che lo avevano aiutato a documentare le attività riservate e clandestine di alcune organizzazioni di estrema destra locale che – in base a quanto aveva potuto appurare con il suo incessante lavoro di documentazione - avevano legami con la criminalità locale che controllava vari traffici illeciti (opere d’arte, armi, sigarette e droga) e con esponenti di primo piano del fascismo eversivo nazionale ed internazionale, fautori di quella strategia della tensione che già nel ’69 a Milano aveva provocato la strage di piazza Fontana.
Il delitto Tumino si verificò proprio nei giorni in cui
Spampinato pubblicava alcune clamorose puntate della sua inchiesta e rivelava la presenza a Ragusa del “bombardiere nero” Stefano Delle Chiaie (all’epoca ricercato per le bombe del 12 dicembre 1969 all’Altare della Patria) e di altri noti fascisti romani legati al “principe nero”, ex Comandante repubblichino della Decima Mas, Junio Valerio Borghese, che a dicembre del 1970 aveva tentato un colpo di stato e da allora viveva all’estero. Uno di questi equivoci personaggi fu interrogato dagli inquirenti che seguivano le indagini sul delitto Tumino, e questo rafforzò nella mente del cronista l’impressione che l’omicidio Tumino potesse essere collegato alle trame eversive di estrema destra che stava documentando nelle sue inchieste. Spampinato lo sospettava perché Tumino era stato legato alla destra locale (era stato consigliere comunale del MSI) e perché anche il giovane Campria frequentava quell’ambiente di destra.
Dunque, perché Campria uccise Spampinato? Fu il gesto di un folle ossessionato dalle accuse mosse da quel giovane ed inesperto giornalista comunista, secondo le conclusioni dei giudici che chiusero il caso Spampinato condannando il figlio del magistrato a una pena di pochi anni, scontata nel blando manicomio giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto. Con il passare degli anni, questa verità giudiziaria appare sempre meno convincente. Non risponde ai mille dubbi che sorgono da una rigorosa ricostruzione dei fatti.
Il caso Spampinato rimane ancora, a 35 anni dalla morte del giornalista, uno dei più fitti misteri italiani. È un caso che invita a riflettere su grandi principi – l’incapacità della giustizia a indagare su sé stessa, il ruolo sociale dei giornalisti, il diritto della comunità di essere informata di tutti i fatti rilevanti, le limitazioni imposte all’informazione dai violenti, dai prepotenti e da chi abusa della propria posizione – eppure si rischia di perderne perfino il ricordo.
La nostra inchiesta drammaturgia vuole sollevare la polvere da questo caso, con l’unico scopo di consegnare al pubblico una corretta e consapevole memoria storica.
Inchiesta drammaturgica (che cos'è e come funziona..)
Raccontare una storia. In fondo, il lavoro del cronista e quello di chi scrive un dramma scenico non è molto diverso. Sono entrambi narratori. Gli elementi che differenziano il loro lavoro sono essenzialmente l’obbligo dell’adiacenza alla realtà, cui l’uomo di teatro non è tenuto, e il linguaggio, diverso perché adoperato in contesti narrativi diversi.
L’inchiesta drammaturgica si propone di raccontare una storia reale – cercando di restituirne una ricostruzione quanto più vicina alla realtà, frutto del lavoro di indagine giornalistica – adottando il linguaggio scenico. Fa uso esclusivamente di documenti reali, selezionati e montati in sequenza narrativa, e di elementi teatrali che riescano a produrre nello spettatore una immedesimazione più intensa e più efficace ai fini della consapevolezza e della presa di coscienza.
Crediamo inoltre che la trattazione teatrale, per quelle regole imprescindibili che sono la coerenza narrativa e la verosimiglianza, offrano una valida opportunità di metodo nell’interpretazioni dei fatti.
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Venerdì 26 ottobre alle 17 nella sede del Medialab dell'Universtà di Catania, a piazza Dante 12, si terrà un incontro, organizzato dai Circuiti Culturali, con Mauro Sarti, docente di Comunicazione giornalistica all'Università di Bologna, sul tema: Che cos'è il giornalismo sociale? Ne discutono con Mauro Sarti le redazioni dei giornali universitari online. Introduce la prof.ssa Graziella Priulla, facoltà di Scienze politiche. Coordina la giornalista Rosa Maria Di Natale. Durante l'incontro, verrà presentato il volume di Mauro Sarti "Il giornalismo sociale" (Carrocci Editore, 2007). L'incontro, aperto al pubblico, verrà trasmesso in diretta su "Radio Zammù". Partecipano inoltre gli studenti del corso di Tecnica del giornalismo (facoltà di Lingue e Letterature straniere, prof.ssa Maria Lombardo).
Mauro Sarti è docente in Teorie e tecniche del linguaggio giornalistico e in Comunicazione giornalistica, nella Facoltà di Scienze della comunicazione dell' Università di Bologna. Nonché redattore e collaboratore di numerose pubblicazioni in carta e di siti web, specializzati nella cosidetta "Informazione sociale"; collaboratore dell'agenzia di stampa "Redattore Sociale"; presidente dell'associazione culturale "Bandiera Gialla.it", editrice della pubblicazione "Bandiera Gialla", giornale on line sull'informazione sociale; e inoltre, contitolare dello studio "Giornalisti Associati", agenzia giornalistica che offre consulenza su comunicazione e informazione giornalistica, specializzata su scuola, lavoro, formazione professionale, università, non-profit e volontariato, immigrazione.
Che cos'è il giornalismo sociale? In che modo è stato influenzato da Internet? Sono queste le domande a cui cerca di rispondere il libro di Mauro Sarti. "Il Giornalismo Sociale" parte dalla storia di questo particolare settore dell'informazione in Italia, raccogliendo le più importanti esperienze che, in questi ultimi trent'anni, hanno visto protagonisti l'associazionismo, il volontariato e i soggetti più sensibili del mondo dei media: dai "giornali di strada" alle agenzie di stampa, dall'informazione multiculturale al mediattivismo nato dal G8 del 2001. Ma non è solo una panoramica completa di tali soggetti, è anche una riflessione su quanto sia importante nella nostra attuale società dei consumi, ascoltare le istanze che provengono dalle realtà più emarginate e dargli voce. L'autore riconosce Ryszard Kapuscinski, giornalista morto di recente, come il capostipite del giornalismo sociale, sottolineando come il reporter debba restare immune dalla terribile malattia dell'indifferenza, lontano dal tipico cinismo giornalistico. Viene inoltre citato il giornalismo civico, classico esempio di giornalismo sociale che, nato negli Usa, si è sviluppato recentemente anche in Italia. È un giornalismo che si fa carico delle richieste e dei bisogni dei cittadini imponendoli nell'agenda politica delle istituzioni. Fa dunque da mediatore tra chi governa e chi viene governato e controlla costantemente l'operato delle strutture di potere: il cosiddetto "watch dog" (cane da guardia).
Infine, il libro presenta il giornalismo sociale come un fenomeno in espansione, in particolare sul web. Molti sono infatti i portali d'informazione on-line che si occupano di tematiche quali la disabilità, l'emarginazione, le povertà del Sud del mondo, l'ambiente. E se molti considerano il giornalismo sociale come un surrogato del giornalismo tradizionale, ecco cosa ne pensa Mauro Sarti: "Un lavoro carico di grande responsabilità, tanto più che 'sociale' non vuol dire soltanto parlare di disagio ed emarginazione; scrivere di cronaca nera e di 'giudiziaria' richiede un atteggiamento non cinico verso la professione, occorre mettere in campo conoscenze e fonti non sempre facilmente reperibili, trovare le parole giuste per raccontare la morte e il dolore, la disperazione e il suicidio, l'odio razziale e la violenza, la guerra, la mafia. Persino le cronache sportive - a tratti - necessitano della stessa accortezza e sensibilità".
Cronaca nera live show
La signora ha il collo corto. E’ bassa. Mentre saliamo le scale che portano al suo appartamento ci accoglie con calore. Abbraccia Enrico, poi mi presento. Dietro, a ruota, i due cameraman. Ci fa entrare in una piccola casa. Due divani rossi incastrati dentro venti metri quadri. La televisione accesa. Due pacchi di Winston blu, un tavolo di legno color legno, una cucina in muratura, tutto dentro i venti metri quadrati. Per entrarci in quella casa, seguo la scia di profumo che lascia, i capelli ben lavati, l’abbigliamento povero ma curato, indossato per la televisione, che ora mi fanno l’intervista alla televisione.
Enrico è un bravo giornalista, noto, toscano. Ama Firenze, crede come ogni fiorentino che si rispetti che sia la più bella città del mondo. Ride, sorride e diventa serio continuamente. Pronto sempre alla battuta oscena, il gusto della presa per il culo non lo abbandona mai. Non scappa nessuno, pure il direttore è costretto a ridere dei suoi fendenti toscani. Simpatico, sì, ma dopo un po’ rompe pure i coglioni. Stargli seduto accanto poco prima della chiusura del pezzo, che non puoi sgarrare di un nanosecondo, non è una bella esperienza. E per questo, Enrico, è continuamente bersagliato, dai “ma quando cazzo ti levi dalle palle”. Burle. Ma anche profonde verità. Lui ride, sorride e torna serio, continuamente. Mi chiama Ciccio, Ninni, ragazzino, amore, come chiama tutti. La solita battuta oscena, come fa con tutti. Mi chiede come mi chiamo, rispondo scandendo bene Ro-be-rto, e la volta dopo mi chiama Andrea, o Giorgio, o Luca.
La signora ha perso il marito. Ha un figlio e una vecchia madre. Cerca il corpo dell’altro figlio da dodici anni. E’ stato ucciso, e poco prima di essere ucciso ha visto morire altre persone, ha bevuto sangue e sperma, avrà visto prendere una ragazza e avrà preso la stessa ragazza, ma soprattutto, un istante prima di essere ucciso, ha gridato al telefono “Mamma, mamma, mamma”. Dall’altro capo, lei, la signora si è poi sentita dire da una voce che del figlio non era “E’ il male, è il male”, e giù un rantolo. Segno inequivocabile che un collo era stato lacerato, una gola strappata, una vena recisa, una vita cessata. E poi, niente più. Dodici anni di attesa. Per quel figlio che non sarebbe più tornato.
Dodici anni sono tanti per elaborare un lutto. Torni ad assaporare le cose della vita, dopo dodici anni. Probabilmente, la percezione del bello sarà ancora smorzata, come colpi sott’acqua. Ma torni a respirare, a magiare se non proprio a gustare.
E’ strano. La cosa più banale. E’ strano. Perché non è triste, perché non è allegro. E’ straniamento , puro. Guardare la signora, che sa perché è morto il figlio, che sa tutto quanto, parlare di lui con disinvoltura, prendere le foto, ché l’immagine sia catturata dalla telecamera, permettere ad un estraneo di incedere sul volto ritratto, illuminato in un vetro asciugato tante volte da mani impastate di lacrime e sudore. D’un tratto le regole, i principi fondamentali dell’esistenza, saltano. Ballano. Si fanno un giro per un’oretta, per tornare quando le luci si spengono, quando le telecamere si spengono.
La battuta è sempre quella, la signora prova e riprova, ma non ce la fa, la dimentica, inciampa sempre sullo stesso punto, su quel nome, su quella frase. Ormai è la poesia recitata per forza, da un bambino che ha studiato poco e non può leggere sul palmo della mano. La signora, ora, è solo una pessima attrice. Blatera velocemente le cose che deve dire. Articola suoni che diventano nomi, cognomi, situazioni, richieste. Tutto si ferma. No, non va bene, signora – dice Enrico – lei è la madre cui hanno ammazzato il figlio, cui hanno fatto ascoltare la morte del figlio al telefono. La prego, signora: entri nel ruolo.. è cronaca nera, nerissima!













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